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Adele

Adele

Adele è arrivata a casa mia un pomeriggio d’estate del 2010, si è seduta al pc e ha scritto questo, in una mezz’oretta.

Adele Mastropiero si era sposata nel 1955, a 24 anni, con un vestito bianco perla e il velo lungo che dall’altare arrivava fino alla quarta fila di banchi, tutti pieni di parenti lacrimosi. Il paese quasi intero era stato invitato alla cerimonia e al banchetto, perché i Mastropiero erano una famiglia onorata e, a detta di tutti, Adele era una ragazza che, malgrado la bellezza non le difettasse, non aveva mai dato a nessuno occasione di chiacchierare. Per Adele non era stato proprio un matrimonio d’amore, ma Franco D’Alessio, il marito, era un uomo con la testa sulle spalle, un mestiere sicuro e qualche soldo in banca. A quei tempi le donne non avevano tanti grilli per il capo, e Adele dalla vita voleva un tetto sulla testa, un po’ di rispetto in paese e qualche figlio.

A maggio del 1956, si era sposata pure sua sorella Marina, incinta di due mesi, ma con l’abito bianco. L’onore dei Mastropiero aveva cominciato a scricchiolare sotto il peso di quel settimino, ma la creatura era una meraviglia, grassa, bianca e rosa che metteva voglia: a Marina di quello che diceva la gente non importava niente, e si mangiava di baci suo figlio. Adele invece gravida non era, ma a quei tempi ancora pensava che in fondo era fortunata, e se i figli non le venivano subito, voleva dire che avrebbe fatto vita comoda per un po’. Il marito non le lesinava niente e le voleva bene davvero, anche se non era uno di quegli attori che la facevano commuovere quando andava al cinema: però Adele al cinema non ci andava spesso, così la sua vita da maritata non le pareva tanto male.

A giugno del 1957, la sua migliore amica Matilde, ancora zitella, era scappata di casa con il fidanzato, che i suoi genitori non volevano accettare perché non aveva né arte né parte. Adele aveva pianto, pensando alla vergogna di Matilde. Ma dopo l’estate i due fuggitivi erano tornati in paese, sposati e contenti, e lei aveva già un po’ di pancia. Avevano fatto pace con la famiglia, per il bene della creatura che doveva arrivare. Adele invece, incinta non era ancora.

La mamma le chiedeva come mai, la suocera la guardava storto, le amiche le dicevano che si doveva spicciare, che si faceva vecchia. Dopo questi discorsi Adele tornava a casa e piangeva, di nascosto.

A marzo del 1958 era andata dal dottore, quello che l’aveva vista nascere, e, rossa di vergogna, aveva cercato di spiegargli il suo problema. Il medico senza parlare l’aveva visitata, misurata. Dopo la visita, e dopo che in fretta Adele si era rivestita dietro il paravento grigio di polvere, il medico si era sistemato alla sua scrivania, l’aveva fatta sedere di fronte a lui e aveva cominciato a farle delle domande, tutte imbarazzanti:

“Quanto tempo è che sei sposata?”

“Tre anni, dottore”

“Tuo marito il dovere suo lo fa?”

“Sì, dottore”

“Frequentemente?”

Adele aveva abbassato lo sguardo e aveva fatto cenno che sì, frequentemente.

“Il mestruo è regolare?”

“Tutti i mesi, dottore. Regolare.”

Il dottore sospirò e rimase un po’ a pensare.

“Adele, hai l’utero infantile. E i fianchi troppo stretti.”

“Ma tutti i mesi…”

“Non vuol dire. Se dopo tre anni ancora non è successo, io penso che sei sterile.”

“Dottore, ma allora non mi date nessuna speranza…”

“Speranza ce n’è, fino a che sei giovane. Vai alle terme, fatti una cura con le acque, e non pensarci troppo. A volte succede di più, se ci pensi di meno.”

A maggio del 1958, Adele era andata alle terme di Canistro. L’aveva accompagnata sua suocera, perché Franco aveva da lavorare. Per quindici giorni aveva soggiornato in un albergo quasi di lusso, insieme a parecchie signore della buona società che stavano lì a passare le acque per motivi presumibilmente simili al suo. Adele le guardava da lontano mentre facevano colazione con i loro vestiti all’ultima moda e, la sera, mentre ascoltavano in giardino la musica dell’orchestrina avvolte nei loro scialli neri, misteriose e inavvicinabili. Persino quando facevano i bagni insieme a lei, e l’abbigliamento comune, limitato ad un accappatoio marroncino, livellava ogni differenza sociale, Adele continuava a sentire la distanza che c’era tra loro, e mai e poi mai si sarebbe sognata di rivolgere la parola a qualcuna di quelle signore. Ma un giorno, mentre erano sedute nella sala d’aspetto in attesa di essere chiamate per la terapia, una donna bionda, alta e snella, che Adele aveva già notato per la sua eleganza mentre passeggiava nel parco dell’albergo, le sorrise e le chiese perché fosse lì. “Non posso avere bambini” rispose Adele con una sincerità che mai avrebbe pensato di potersi permettere con nessuno, tantomeno di fronte ad una sconosciuta. “Ah” sospirò la bionda, rattristandosi come se non si aspettasse proprio quella risposta “è la mia stessa malattia. Ma io ho quasi quarant’anni, ormai. Tu sei fortunata” aggiunse la donna spostando con una mano la ciocca ondulata che le cadeva sugli occhi e fissando, con durezza e compassione insieme, Adele “tu sei giovane, ancora.” Poi si girò e non disse più nulla. Perfino quando si incrociarono di nuovo nel ristorante dell’albergo, e Adele abbozzò un saluto con la mano, la signora si girò dall’altra parte, facendo finta di non vederla. Adele continuava a sentire quelle parole nella sua mente, e non poteva dimenticare lo sguardo sofferente e cattivo di quella donna, né il tono della sua voce mentre le pronunciava. Era come un presagio infausto, come la visione di un futuro di disperazione a cui temeva di non poter sfuggire. Ma poi quelle parole andavano a sovrapporsi alla sentenza del dottore: speranza ce n’è ancora, finché sei giovane. Così Adele faceva diligentemente, tutti i giorni, i suoi bagni e le sue terapie, e sperava. La speranza, più che le terapie, le faceva bene, perché di giorno in giorno si sentiva come rinvigorita, piena di energie e pronta ad affrontare un futuro che avrebbe potuto ancora essere bello, che doveva essere bello. Malgrado la presenza della suocera, si godeva quei giorni di vacanza e di relativa solitudine; si godeva l’aria leggera e il fresco della sera. Accadde anche una cosa, a cui Adele non aveva mai pensato: un medico giovane, magrolino e piccolo di statura, il cui aspetto nonostante ciò pareva gradevole ad Adele, a furia di vederla tutti i giorni ai bagni, cominciò a salutarla sorridendo e a domandarle qualcosa ogni giorno, tanto per attaccare bottone. Questa confidenza non le dispiaceva, l’avrebbe persino ricercata se non avesse avuto paura della suocera e delle sue maldicenze. Un giorno era sola in giardino, mentre la madre di Franco faceva il suo sonnellino pomeridiano in camera, e passava il tempo leggendo una rivista, seduta all’ombra su una panchina; si sentì chiamare all’improvviso e lo vide, sorridente, che le porgeva la mano e la invitava a bere qualcosa al caffè. In quel momento Adele non fu capace di dire sì, ma neppure no. Rimase seduta, in bilico tra quella che le sembrava una brutta figura e una trasgressione niente affatto insignificante. Finalmente dopo qualche secondo riuscì a dare una risposta: “Non posso, grazie. Sto aspettando mia suocera, sarà qui a momenti. Non posso proprio. Grazie ancora. Grazie” e la voce le si spense su quel grazie, dopodiché non ci fu più verso di aggiungere niente. Il medico sorrise quasi tra sé, come se Adele avesse detto più di quel che credeva di aver detto: “Arrivederci, allora. Sarà per un’altra volta, quando sua suocera la lascerà sola un po’ più a lungo.” Mentre il dottore andava via, la suocera arrivò e l’aggredì subito: “Che voleva quello?” “Niente, mamma, è il medico dei bagni, mi vede tutti i giorni e si è fermato a dire due parole” La vecchia la squadrò per niente convinta e, secca, concluse: “Un uomo solo non si ferma mai a salutare una donna sola tanto per fare due chiacchiere. Non sei più una bambina, non far finta di non saperlo benissimo pure tu. Io quello non te lo voglio più vedere intorno. Se gli dici un’altra parola ti riporto a casa, subito.” “Mamma, ma che cosa vai a pensare?” disse Adele, ma la frase le uscì stonata, e sentì come un dolore acuto da qualche parte, tra il cuore e lo stomaco.

Comunque aveva fatto bagni e irrigazioni, e aveva sperato. L’estate era passata, ed era passato l’inverno.

Quando era venuto il Natale del 1959, Adele aveva impastato i taralli di lievito e dato forma alle pupe e ai cavalli dolci per i figli di sua sorella, e per quelli di Matilde. Ma di figli suoi non ne nascevano, e Adele piangeva.

La notte di Natale, in chiesa, aveva fatto un fioretto: “Signore, se quest’anno mi fai fare un figlio, non mangerò mai più un dolce in vita mia. Nemmeno a Natale.”  I dolci le piacevano assai, ne faceva quasi ogni giorno, con la scusa del marito e dei nipoti, e poi se li mangiava quasi tutti lei, quando era da sola a casa.

Arrivò anche il Natale del 1960, e di figli non ce n’erano. A mezzanotte Adele si fece il segno della croce e si mangiò quindici frittelle di mele, una dopo l’altra. Sua suocera la guardava scuotendo la testa e stringendo le labbra.

A primavera, sua sorella stava per fare il terzo figlio. Adele le accarezzava la pancia e piangeva. Marina le diceva: “Fai la novena a Sant’Anna. Vedrai che ti fa la grazia. Luisa, l’amica mia, l’ha fatta quando non le veniva il secondo figlio, e dopo un mese era incinta. La fece pure Graziella, quando ebbe una gravidanza difficile e rischiava di perdere il bambino.”

A luglio, Adele fece la novena a Sant’Anna. Andava in chiesa tutte le sere, qualche ora prima del tramonto, e diceva il rosario insieme alle vecchiette della parrocchia, che ormai la conoscevano e la salutavano compiaciute e intenerite, perché era l’unica giovane del paese ad avere una tale devozione alla Madonna. Poi le altre donne se ne tornavano a casa, e lei si fermava ancora per dire la novena a Sant’Anna, piena di fede. Usciva che si sentiva meglio, come se Gesù Cristo e la Vergine Maria, guardandola dolcemente da sopra l’altare, le dicessero tutte le sere: “Sì, Adele, sì. Sei una brava donna, devota e onesta. La grazia a chi la dobbiamo fare, se non la facciamo a te?”. Adele tornava a casa, metteva in tavola la cena per Franco, e sentiva dentro di sé una gioia, un calore. Come se dentro casa ci stesse già, un bambino.

Il 10 agosto, per la prima volta da quando era sposata, Adele ebbe un ritardo: “Madonna mia, Sant’Anna mia, grazie, mi avete esaudita!”

L’ 11 agosto lo disse a sua madre, che si mise a piangere e a ridere insieme, e a girare per casa come una pazza, gridando: “Dio sia ringraziato!”

Il 12 agosto lo disse a sua sorella, che se la abbracciò e le disse: “Hai visto? Te l’avevo detto che la novena era miracolosa.”

Il 13 agosto Adele comprò sei gomitoli di cotone rosa e azzurro per farci scarpette e bavaglini all’uncinetto.

Il 14 agosto avrebbe voluto dirlo a Franco, ma non ebbe il coraggio: “Aspetto domani, alla festa dell’Assunzione”. Ma l’indomani, mentre passava la processione, Adele ebbe le prove che di miracoli non gliene avevano fatti, nemmeno stavolta.  Di nuovo sentì come una specie di strappo doloroso al petto, e poi più niente, se non una grande, spropositata, furiosissima rabbia.

Dopo la processione, la maggior parte della gente si era sparsa per il paese a mangiare croccanti, caramelle, salsicce e arrosticini cotti alla brace dietro alle bancarelle, o a sentire la banda che suonava sulla piazza. Adele disse al marito di andare pure avanti con sua madre e i suoi fratelli: lei entrava solo un attimo in chiesa, che si voleva confessare con don Luigino. “Sempre attaccata alla gonna del prete. Una beghina mi diventi! Adè, sei giovane, non ti fissare” le disse Franco a bassa voce, seccato. Ma poi prese sotto braccio la madre, e si avviò. Adele scappò in chiesa.

“Don Luigino, ho fatto fioretti e novene. Sono una brava cristiana, una donna e una moglie onesta. Vengo in chiesa tutte le domeniche. Ma che vuole Iddio Onnipotente da me? In fondo gli chiedo solo una creatura, mica una cosa difficile. I figli il Padreterno li manda a tutti, a chi li vuole e a chi non li vuole, dentro e fuori dal matrimonio… Sì, don Luigi, inutile che vi segnate, proprio così: dentro e fuori dal matrimonio. E a me niente. Ma perché? Mo’ voi, che siete il parroco e che potete parlare in nome di Dio e di Gesù Cristo, mi dovete rispondere!” 

“Adele, figlia mia, abbi pazienza, non puoi costringere il Padreterno a fare quello che dici tu e quando lo dici tu! Ti devi rimettere alla sua volontà.” Don Luigi, un poco sconcertato di fronte a tanta esasperazione, cercava di rabbonire Adele mantenendo basso il tono di voce e bonario lo sguardo. “Non perdere la speranza, continua a pregare e a fare penitenza. Sei ancora giovane, e le vie del Signore sono infinite.”

Adele, senza nascondere la sua delusione, troncò lì il colloquio, salutò in fretta e di malavoglia Don Luigino e uscì dalla chiesa, senza neppure farsi il segno della croce. Scese la scalinata quasi correndo, e continuò con la stessa furia verso casa sua, tanto che andò senza volere a scontrarsi sulla piazza con Maria Rosaria Manino, la femmina più malafemmina del paese. “E state un po’ attenta, Madonna mia!” inveì strillando la donna “Non lo vedete che tengo una creatura in grembo?” Adele alzò gli occhi stupefatta e, sì, lo vide: perfino Maria Rosaria Manino si portava a spasso orgogliosa una pancia di almeno sette mesi, e pretendeva rispetto. Adele borbottò: “Scusate” e rimase ferma e intontita in mezzo alla piazza, in mezzo alla confusione della festa, a guardare nel vuoto, finché sua suocera non la vide e se la riportò a casa tirandole il braccio e ripetendo furibonda sempre la stessa sequenza di invettive e di domande: “Adele! Ferma da sola in mezzo alla piazza come una scimunita! A ferragosto! Io non so, io non lo so… Ma che, ti sei impazzita?”.

Il giorno dopo Adele uscì all’ora solita della novena, ma non andò in chiesa. Andò alla merceria di Marcella Trifone, e si comprò un rossetto e delle calze di seta; poi accorciò di cinque centimetri la gonna più nuova che aveva, quella a pieghe color vinaccia.

“Adè, ma che ti sei messa in testa?” chiese Franco quando, la domenica mattina, si vide davanti la moglie così combinata. Ma poi gli cadde l’occhio sulle gambe fasciate di seta, e non disse più niente, anzi sorrideva sotto i baffi. Così poco dopo, sottobraccio al marito, Adele passeggiava per il corso guardando negli occhi gli uomini e salutando le donne. Uomini e donne, per motivi diversi, restavano a bocca aperta. Passò pure Giovanni Scimia, il farmacista. Le sorrise con un certo languore, e Adele ricambiò.

Il giorno di Pasqua del 1962, Franco e Adele andarono a salutare Don Luigi dopo la funzione, e a lasciare un’offerta per la parrocchia. Franco consegnò al parroco la busta e: “Per grazia ricevuta” aggiunse con gli occhi luccicanti di commozione e felicità.

“Hai visto Adele che alla fine Iddio vi ha benedetto?” disse don Luigino.

Adele rispose senza alzare lo sguardo in viso al prete, ma sorridendo e accarezzandosi il pancione glorioso che finalmente poteva portarsi a spasso: “Don Luigi sì, avevate ragione voi: sono ancora giovane, e le vie del Signore sono infinite.”

(“Adele” fa parte della raccolta “Oltre l’incerto limite”, Runa Editrice, 2013)



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