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Io ti conosco

Io ti conosco

Ore 11.35

La signora Lucy Anderson, di anni quarantasette, viene legata al lettino e preparata all’iniezione letale. Indossa la speciale tuta blu e piange silenziosamente, mentre gli agenti la sistemano in posizione e le scoprono il braccio destro. Finito il suo lavoro, la squadra esce. Allora una bambina molto piccola, bionda, entra saltellando nella stanza e si avvicina alla barella. Cerca di toccare il volto della donna, ma la signora Anderson si gira per sfuggirle, ed emette un grido soffocato. La bambina si arrampica sulla scaletta e sul lettino e accosta la bocca all’orecchio della condannata.

Madre, io ti conosco. Perché dal tuo sangue più oscuro fui generata e perché, per me ancora non nata, il ritmo del tuo cuore è stato voce misteriosa di ogni alterità, musica dell’universo.

Ore 11.42

Viene aperta la tenda che nascondeva la condannata al pubblico. In prima fila a destra ci sono l’avvocato di Lucy Anderson, la sorella, Anne Anderson, e il reverendo Michael, che muove le labbra pregando. A sinistra c’è la bambina bionda con i codini che punta l’indice verso il vetro e canta a squarciagola.

Madre, io ti conosco. Mi hai tenuta nascosta per vent’anni, coperta, negata, custodita, morta e non silenziosa, dentro una culla di legno di cedro, dentro l’utero assurdo di un armadio.

Ore 11.45

Nella stanza entra l’infermiera a inserire la flebo che serve per tenere la vena aperta e pronta a ricevere i farmaci letali. La signora Anderson sembra seguire con gli occhi qualche ombra in movimento, suda, si agita come può sul lettino e urla: “Basta, basta. Ti prego vai via, voglio stare sola!”. L’infermiera, finito il suo lavoro, si affretta a uscire, e tuttavia Lucy non si calma, continua a implorare di essere lasciata a se stessa.

Sono morta a tre anni, soffocata dalla tua paura, dalla disistima, percossa da una rabbia sepolta troppo a lungo, figlia di altre violenze, di altri giorni. Sono morta a tre anni, tu mi hai uccisa.

Ore 11.50

Il medico prepara e controlla il corretto funzionamento delle tre siringhe che devono iniettare a Lucy Anderson l’anestetico, il miorilassante che la soffocherà e il cloruro di potassio che fermerà il suo cuore. Intanto la bambina bionda, con un vestitino rosso, sale su una sedia e salta giù, sale su una sedia e salta giù…

Ti ho chiamato, madre, per vent’anni. Nemmeno una notte di silenzio ti ho concesso. Dietro al tuo letto, nell’armadio, cantavo filastrocche, giocavo i giorni che mi avete tolto.

Ore 11.59

Il direttore riceve la telefonata che autorizza l’inizio della procedura. I due volontari si preparano a premere contemporaneamente il pulsante che metterà in azione la macchina e spingerà i farmaci nel tubo e nella vena della condannata. La signora Anderson non si agita e non piange più. La bambina bionda si è sdraiata sopra di lei, le accarezza i capelli e canticchia una filastrocca sorridendo. Lucy Anderson sorride a sua volta, guardando davanti a sé.

Quando è venuta da noi la polizia, difendevi l’armadio e io gridavo: madre, ti prego, fammi uscire. Devo nascere, ora, per morire.

Il pubblico guarda con il fiato sospeso l’orologio appeso alla parete, proprio dietro la barella. La lancetta dei secondi gira sempre più inesorabile. La sorella della signora Anderson fa “ciao” con la mano, ma Lucy non guarda oltre il vetro. Continua a guardare davanti a sé, e a sorridere.

Ore 12.05

La procedura è stata correttamente eseguita.

Madre, io ti conosco. Perché dal tuo sangue più oscuro fui generata e perché, per me ancora non nata, il ritmo del tuo cuore è stato voce misteriosa di ogni alterità, musica dell’universo.

Il medico costata il decesso della detenuta.

(Io ti conosco fa parte della raccolta “Piccole storie oscure”, 2013)



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