I romanzi di Paolo Nori non hanno dentro una storia, ne hanno mille; hanno personaggi che sono persone (o persone che fanno finta di essere personaggi); parlano sempre (apparentemente) d’altro.
Qui si dovrebbe parlare del poeta Baldini, che scrive poesie che non sembrano poesie, e in effetti se ne parla, e intanto si parla di Nori, della nonna Carmela, e di un sacco di altra gente. Si parla anche del senso della vita, per inciso. A me questo parlare di cazzate e tirarne fuori senso piace moltissimo (in mezzo a tanti che parlano di cazzate e basta, o parlano di cazzate convinti di fare della filosofia), quindi i romanzi di Nori, così leggeri e densi, mi fanno impazzire. L’unica cosa che non mi fa impazzire è quando (ogni tanto) sembra che Nori esageri a coglioneggiare, perché lì si sente la finzione e si smonta un po’ tutto il (fragilissimo) meccanismo. Ma per fortuna in genere le cose e le parole stanno in equilibrio sul filo, e tu le guardi da sotto, a bocca aperta. L’altro problema che io ho con Nori (ma questo è proprio un problema mio), è che sento talmente tanto la cadenza della sua lingua (Nori, per chi non lo sapesse, è di Parma, e io sono cresciuta da quelle parti) che dopo aver letto qualcosa di suo, per qualche giorno, parlo e scrivo come lui; non proprio come lui, chiaramente, ma insomma con quella andatura lì e, per una che scrive, è una cosa fastidiosissima che ti venga da scrivere col passo di un altro. Poi leggo autori diversi, parlo coi milanesi e mi passa.
Voto: *****
