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Altrove

Altrove

Ero appena tornato a casa dopo un lungo, noiosissimo congresso. Giulia mi aveva accolto con il consueto entusiasmo, un po’ infantile, che mi aiutava a riprendere contatto con la realtà quotidiana. Viaggiavo molto, era il mio lavoro cercare di vendere idee in giro per il mondo: non si può fare scienza restando chiusi nel proprio laboratorio. Quando tornavo, tutte le volte, dovevo lasciarmi un po’ di tempo non solo per riabituarmi alla mia casa, al mio paese e alla mia lingua, ma anche per dismettere la mia immagine di stimato scienziato e riadattarmi a me stesso, un uomo qualunque, che si alzava dal letto con i capelli arruffati e sbadigliava in pigiama per casa.

Giulia era molto più giovane di me, e molto bella. L’avevo conosciuta in casa di un amico, e ancora non mi spiegavo come mai avesse accettato di stare con me. Non era poi una gran vita, quella che io le offrivo: pochi divertimenti, pochi amici, pochi soldi, poca compagnia. Soprattutto non era una vita adatta a una ragazza di venticinque anni: la cosa mi preoccupava parecchio, quando ci pensavo. Ma non avevo molto tempo per pensarci. Così erano passati ormai cinque anni, e tuttavia Giulia non dava segni di stanchezza. Quando tornavo lei c’era, quando partivo non sembrava risentirne troppo. Mi ero fatto l’idea che fosse un po’ come i gatti: abitudinaria, attaccata più alla casa, alle sue cose, che al padrone. Cioè, a me. Mi accontentavo, comunque. Averla era un privilegio, e non volevo lasciarmi trascinare in riflessioni che avrebbero potuto disturbarla e turbare la mia, la nostra tranquillità.

Ero tornato da poche ore, dunque, avevamo appena cenato ed ero molto stanco. Aveva ricominciato a nevicare e i grossi fiocchi che vedevo scendere fuori dalla finestra, il gelo che immaginavo avrei dovuto affrontare la mattina successiva, mi avevano fatto pensare con desiderio al mio letto e alle mie coperte pesanti. Avevo chiesto scusa a Giulia ed espresso l’intenzione di andare a dormire presto. Mentre mi alzavo dal divano, però, avevo incrociato un suo sguardo insolito. Non so cosa mi avesse colpito, ma non era il suo solito modo di guardarmi. Avevo intercettato un lampo di segreta cattiveria, e anche un po’ di impazienza, come se la mia assenza o il mio sonno fossero una necessità piuttosto impellente, per qualche motivo ignoto a me ma non a lei. Lo presi come un piccolo avvertimento quasi insignificante, di cui mi sarei occupato in un momento di maggior vigore mentale, e me ne andai in camera, augurandole la buona notte.

Era tempo che lo facesse, era l’età giusta per lei. Il fatto che la neve avesse cominciato a cadere proprio in quel momento, le sembrò di buon augurio. Pensò alla sua terra: lì la neve non era un evento straordinario, ma la condizione normale di tutte le stagioni. Le venne voglia di aprire la finestra per sentire quel freddo, quel vento gelido che le ricordava le sue passeggiate da bambina, imbacuccata in quelle tute impossibili, che non lasciavano liberi di muoversi e che tuttavia erano necessarie per la sopravvivenza in un ambiente tanto ostile. La nostalgia davvero percorre strade insospettabili: mai avrebbe pensato, allora, che in un momento cruciale della sua vita si sarebbe messa a ripensare a quei giorni duri, e si sarebbe anche commossa. Era tempo che lo facesse, era l’età giusta per lei.

Quando la mattina dopo mi svegliai, avevo, chissà come, un po’ di sangue sulla spalla: me ne ero accorto solo perché, togliendo il pigiama per lavarmi, avevo notato in alto, sul retro della manica destra, una piccola macchia. Mi ero toccato e avevo sentito un puntino quasi impercettibile, un graffio minuscolo che sembrava già rimarginato. Non era cosa di cui preoccuparsi, e non me ne preoccupai.

A colazione Giulia era strana. Non so dire cosa avesse, ma stava seduta, ferma, con l’aria un po’ nauseata di fronte al cibo e alle bevande sulla tavola. Non volle mangiare nulla, né bere il caffè. Non le andava. Comunque era una cosa che poteva ben capitare, a volte, quindi non ci feci caso e me ne andai al lavoro, come al solito.

Sapeva che le cose non sarebbero mai più state le stesse, dopo quella notte. Si sentiva stanca, pesante, gonfia. Chissà, forse era proprio quello il modo in cui doveva sentirsi, date le circostanze. Si sentì sola, rimpianse di non avere nessuno vicino che la conoscesse bene, che le desse consigli e informazioni sul da farsi. Era vero: il suo istinto le diceva di non mangiare i soliti cibi e di non bere le solite bevande, il suo istinto le ordinava di stare ferma e di risparmiare energie per quello che stava avvenendo nel profondo del suo corpo. Ma il suo istinto non poteva dirle nulla su come fare a mentire a lui, come fare a prendersi il tempo necessario perché accadesse ciò che doveva accadere, senza che lui se ne accorgesse e creasse problemi. Avrebbe voluto non essere sola e non essere lì, ad affrontare tutto questo.

Rientrando a casa trovai Giulia seduta sulla poltrona davanti alla finestra. Esattamente dov’era quando l’avevo salutata uscendo al mattino. Come se non si fosse mossa affatto. Guardava fuori la neve, ma aveva occhi vuoti, e l’aria esausta.

In cucina non c’era niente di pronto, così le chiesi se dovevo ordinare qualcosa in rosticceria. Si girò a stento, mi guardò sofferente, poi si alzò e, muovendosi con innaturale pesantezza, andò a chiudersi in bagno. Quando tornò le chiesi cosa avesse, se si sentisse male. “Un po’ di influenza, forse. Ho molta nausea, non riesco a mangiare.”

Non ne parlammo più quella sera. La lasciai rimanere seduta, silenziosa e assente. Poi andammo a letto e la sentivo respirare forte, come se la sopravvivenza stessa fosse diventata per lei una immane fatica. Non ebbi il coraggio di pensarlo, ma durante la notte sognai di essere padre.

Correva nella neve con le sue sorelle: la tuta era pesante, gli stivali scomodi e respirava a fatica. Nel casco sentiva le risate dei bambini e la voce irritata del maestro, che arrancava dietro di loro e urlava di fermarsi, che era pericoloso muoversi in quel modo. Poi inciampava e cadeva a pancia in giù. Le risate cessavano di colpo mentre lei continuava a cercare goffamente di rialzarsi, finché il maestro non la raggiungeva e la rimetteva in piedi, ricordandole con voce sempre più stridula e stentata, tra l’affanno, che aveva rischiato di morire con quel comportamento irresponsabile: “Non si sopravvive un minuto, nel nostro pianeta, lo sai, con uno strappo nella tuta.”

Il sogno mi diede il coraggio di formulare, la mattina dopo, il pensiero e la domanda: “Giulia, non potresti essere incinta?”

Mi guardò con lo stesso sguardo vago che ormai aveva da qualche tempo, giusto un velo di stupore comparve e scomparve in un istante. Poi disse: “Sì” e si girò dall’altra parte. Rimasi sospeso tra la gioia (sì gioia, e me ne meravigliavo io stesso, che a un figlio non avevo mai pensato) e il disappunto per quella sua evidente scontentezza, e non sapevo a quale dei due sentimenti dare voce per primo. Scelsi di tacere e l’abbracciai, cercando di veicolare nel contatto tutto l’affetto e la speranza che quel suo sì aveva riacceso in me, dopo anni di anestesia e di depresso grigiore.

“Non sei felice?” ebbi infine il coraggio di chiedere.

Mi sorrise con pazienza e si girò di nuovo a guardare la neve fuori dalla finestra, senza dire niente.

Andai in camera a vestirmi per il lavoro. Quando tornai per salutarla, la ritrovai seduta sulla solita poltrona, con la testa abbandonata contro lo schienale, addormentata e ansimante. Le accarezzai i capelli, domandandomi se fosse davvero il caso di lasciarla sola, ma poi decisi di uscire anche quella mattina, sebbene io stesso mi trovassi in uno stato di estrema confusione emotiva.

Il maestro dice: “Andate. E’ questo il vostro destino, il bene che potete fare nella vostra vita breve. Questo pianeta sta morendo, lo sapete. Restare e far nascere qui i vostri figli è da codardi, ormai. L’unica soluzione, l’unica speranza per noi è quella che ci danno i nostri scienziati: la Terra è un luogo dolce, è da lì che sono venuti i nostri padri. Ancora il nostro sangue può mischiarsi con il loro e dare origine a una nuova specie, che abbia nuove potenzialità, ora sconosciute, per il futuro. Siete femmine, è normale per voi dare voi stesse perché la nostra gente abbia un domani. Dare la vita e morire è il vostro destino. Non è sempre stato così, ma dopo la grande malattia è questa la triste biologia della nostra specie. Andare a farlo altrove non sarà per voi un grande sacrificio.”

Tutte hanno ascoltato e hanno detto sì. Ma ancora non sanno la tristezza, la solitudine, l’estraneità che dovranno sopportare. Ancora non sanno il calore intollerabile di certe stagioni sulla Terra, e la voglia di fuggire, e tornare indietro, pur consapevoli del fatto che tornare indietro, ormai, non si può. Ancora non sanno come è straziante dare la vita ad altre creature sconosciute, che invadono il loro corpo, succhiano le loro energie e il loro pensiero, e poi le lasciano, e loro non avranno più alcuna strada da percorrere, perché il loro viaggio finirà appena comincerà quello delle nuove creature. Ancora non conoscono l’angoscia di sapere che è venuta l’ora di farlo, e che lo faranno al di là della loro stessa volontà, perché il loro corpo lo ordinerà. Ancora non conoscono la solitudine di quelle ore di metamorfosi e di tormento, in un luogo estraneo, accanto a esseri alieni che riprodurranno a prezzo della vita. Ancora non immaginano la tragedia della madre che non conoscerà suo figlio, né potrà vederlo mai per placare almeno questo dubbio tormentoso, di aver generato un mostro.

Quando tornai a casa, entrai con le mie chiavi, senza suonare per non disturbarla. Mi affacciai in sala aspettandomi di vederla sulla poltrona, ma non c’era. Pensai fosse a riposare sul letto e mi dirigevo verso la camera quando, passando davanti alla cucina, una luce attirò il mio sguardo e, buttando l’occhio oltre la porta, la vidi. Vidi una cosa raccapricciante e inspiegabile: Giulia seduta su una sedia, davanti al frigorifero aperto che la illuminava, mangiava con le mani, e con avidità evidente, seppure con lenta fatica, un grande pezzo di burro. Era solo burro, ma lei lo mordeva, lo leccava, lo ingurgitava come fosse una leccornia o un pasto ben cucinato e agognato dopo giorni di digiuno. Non si era accorta di me, che mi ero fermato davanti alla porta e la guardavo senza parole, e continuava a nutrirsi persa nel meccanismo biologico e nel piacere del nutrimento, come un animale, come un essere non umano. Quando ebbe finito, con estrema lentezza, letargicamente, si sollevò e mi accorsi che il suo ventre era cresciuto a dismisura, in poche ore. Dovetti a malincuore constatare che non si trattava di una gravidanza normale.

Dopo qualche passo incerto, Giulia cadde a terra, sbilanciata dal peso eccessivo che portava dentro di sé. Non ebbe reazioni: non una parola, non un grido o un’imprecazione. Si accorse di me solo quando mi avvicinai e la sollevai, anch’io a fatica. Mi guardava senza espressione alcuna, ansimava, non poteva o non voleva parlarmi. La accompagnai, quasi trascinandola, sul letto; si lasciò adagiare lì sopra, e continuava a guardarmi con l’apparente stupidità di una bestia e a tacere.

Ero assolutamente confuso, rabbioso, disperato per quello che stava accadendo e che non riuscivo a comprendere neppure in parte. Mentre io restavo seduto sul letto a tormentarmi i capelli e la fronte, scervellandomi su cosa fare, chi chiamare, cosa dire e cosa chiedere, Giulia chiuse gli occhi, e di nuovo si addormentò.

Vedeva una pianta, un albero. Era giovane ma stava crescendo. Sotto il sole e sotto la pioggia, le sue radici affondavano nella terra scura e succhiavano nutrimento. Grasso, linfa che scorreva, un gonfiore una escrescenza una gemma un crescere nutrire crescere succhiare crescere sopore linfa tiepidità pesantezza crescere…

Dormì quasi mezz’ora. Nel sonno respirava sempre più a fatica, emettendo con l’espirazione suoni simili a rantoli bestiali. Vedevo il suo ventre crescere ancora, quasi sotto i miei occhi, e dentro qualcosa agitarsi. Ero in preda al terrore e non riuscivo più a pensare nulla che avesse un senso, di fronte a quella cosa mostruosa. Infine Giulia aprì gli occhi, ma i suoi occhi non vedevano più. Solo la disperazione riuscì a farmi finalmente prendere una decisione, sebbene insensata: volevo alzarmi per chiamare qualcuno, soccorsi, un medico. Ma lei si aggrappò, non so con quanta consapevolezza, alla mia mano e non mi lasciò andare, e fui costretto a stare lì, a guardare tutta quella cosa orribile, e urlare, urlare tutto il mio orrore, come urlava lei.

Finì tutto dopo forse un’ora. Di Giulia restava un corpo straziato, di cui non potei fare a meno di notare, seppure in mezzo al sangue e al disgusto, la stravagante anatomia interna. Presi in braccio la grossa creatura emersa dalle viscere misteriose della mia compagna. Mi guardava con gli stessi occhi placidi di Giulia fino a che era stata Giulia. Aveva la bocca come la mia, e lo stesso terzo dito storto nel piede sinistro.

“Altrove” fa parte della raccolta Le cose come stanno e altri racconti



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